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Non chiamarmi erbaccia

Non chiamarmi erbaccia

22 Nov. 2011 | categoria Didattica | 1 commento

Il vento, venendo in città da lontano, le porta doni inconsueti, di cui s’accorgono solo poche anime sensibili, come  i raffreddati del fieno che starnutano per pollini di fiori d’altre terre.
Marcovaldo (Funghi in città), Italo Calvino, Einaudi

Oggi stavo cercando, senza riuscirvi peraltro, di fare un po’ di spazio nella mia libreria strapiena nel vano tentativo di dare un aspetto più “umano” al mio studio e mi è capitato tra le mani un quaderno con le fotografie e  le schede di una attività sulla flora urbica che ho fatto con i miei ragazzi di seconda liceo scientifico un po’ di tempo fa.  L’idea mi era venuta dopo aver visitato una deliziosa mostra fotografica allestita presso il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino “Giungla sull’asfalto” di Daniele Fazio, che aveva lo scopo di favorire la conoscenza della flora spontanea urbana e offrire spunti di riflessione sul tema.

La prima cosa che è venuta in mente a me, mentre guardavo le fotografie, è che quando progettiamo attività per i nostri ragazzi non pensiamo quasi mai che anche studiare ciò che abbiamo sotto il naso offre un sacco di stimoli interessanti.

La città di solito è considerata semplicemente un luogo dove si svolgono attività amministrative, economiche, sociali, religiose e culturali ma, in realtà è molto di più di questo. È un vero e proprio ecosistema in continua evoluzione.
Una cosa davvero incredibile che ho scoperto  è  che negli ambienti urbani hanno rilevato che il numero di specie, sia vegetali che animali,  è maggiore rispetto a quello delle aree rurali e in alcuni casi anche delle aree naturali.
Per certe specie vegetali, l’ambiente urbano è, paradossalmente, un rifugio in quanto nelle campagne l’uomo impedisce lo sviluppo della flora infestante con diserbanti e altre pratiche.
I vari ambienti della città favoriscono la formazione di habitat diversi, nei quali le piante si distribuiscono in base alle loro esigenze ecologiche. Marciapiedi, strade, aiuole e muri sono esempi di habitat urbani anche se, naturalmente, la più grande diversità e varietà si trova in periferia.

È l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma.
Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in su: davanzali, tende che sventolano, zampilli.
Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi s’impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia. Non puoi dire che un aspetto sia più vero dell’altro.

Le città invisibili, Calvino, Einaudi pag.66

Dal momento in cui sono uscita dal museo, ho cominciato a guardarmi intorno con occhi nuovi e a pensare che lo studio “sul campo” della flora urbana fosse un’occasione ghiotta per discutere di ecosistemi e di biodiversità.
Il punto di partenza della discussione in classe è stato quindi il concetto di città intesa come sistema artificiale aperto e complesso.

La città come ecosistema

Come altri sistemi complessi presenti in natura (formicai,  alveari …) la città deve poter ricavare dall’ambiente circostante ciò che è necessario alla sua sopravvivenza e al suo sostentamento e allo stesso tempo eliminare i propri prodotti e i rifiuti. La città è come una sorta di “parassita” dell’ambiente circostante che ha un suo metabolismo: introduce dall’esterno materia ed energia che vengono consumate e trasformate al suo interno e contemporaneamente espelle i prodotti e i rifiuti di queste trasformazioni.

In città c’è un clima particolare: più secco e più caldo. Dal punto di vista termico, infatti, si può considerare un’isola di calore, in cui la temperatura è sempre di qualche grado superiore rispetto a quella delle campagne circostanti. Questo fenomeno è dovuto al fatto che il grande consumo energetico urbano produce calore  ma è dovuto anche alla forma stessa della città che tende a farla funzionare come un accumulatore di energia solare.

Questo calore mitiga in qualche modo le basse temperature invernali ma nelle calde giornate estive contribuisce a surriscaldare le città, soprattutto alle medie e basse latitudini.
Come avrete notato, la differenza di temperatura tra la città e la campagna è più evidente nelle ore notturne: in estate, infatti, la città si raffredda più lentamente rispetto alla campagna e in inverno il centro cittadino è, invece, più caldo soprattutto a causa del calore dovuto al riscaldamento degli edifici.  Nelle ore centrali della giornata, invece, il divario è molto più contenuto.

Un’altra caratteristica tipica della città è che i fenomeni temporaleschi sono maggiori rispetto alle campagne. Ciò è dovuto alla maggior quantità di calore che alimenta i moti convettivi ascensionali dell’aria. In mancanza di vento o di basse pressioni, quando l’aria raggiunge la quota di condensazione può formare nubi e di conseguenza facilitare microprecipitazioni temporalesche. Un’altra caratteristica della città che può contribuire a determinare fluttuazioni significative dei moti convettivi è la qualità dei materiali con i quali sono costruiti gli edifici: pietre, sabbia, cemento, vetro, ferro, leghe e materiali plastici svolgono, infatti, un’importante funzione di captazione dell’energia solare.

In effetti, se ci pensiamo un momento, non è un caso che nei paesi caldi i colori dominanti sono molto chiari e riflettenti, in modo da creare forti effetti di albedo, mentre in quelli nordici prevalgono i colori naturali delle pietre e dei laterizi, che sono materiali più adatti per accumulare e conservare l’energia irraggiata dal Sole. Anche il suolo urbano ha proprietà diverse da quelle naturali in quanto è formato da materiali come asfalto, cemento e pietre.

Un altro fattore da considerare sono gli effetti dell’inquinamento luminoso. L’illuminazione artificiale, ma anche gli edifici, i vetri, le tegole della città che riflettono la luce, non si limitano solo a ridurre la visibilità delle stelle ma hanno delle conseguenze biologiche piuttosto serie perché influiscono sulla comparsa e sulla caduta delle foglie, sulla nidificazione degli uccelli ma anche sulla vita  di molte creature notturne disturbando le catene alimentari di animali come ragni, falene, coleotteri e grilli.

A causa di tutti questi fattori flora e fauna urbana sono più specializzate rispetto a quelle della campagna circostante.

Ma perché studiare proprio la flora urbana?
La città è l’ambiente in cui viviamo e che ci condiziona ogni giorno anche se non ce ne accorgiamo.
Conoscere la flora e la vegetazione urbana è importante perchè può aiutarci a mettere a fuoco una parte di quella rete complessa di rapporti uomo-natura che determina effetti cruciali per entrambe le parti.
Siamo perfettamente consapevoli della possibile influenza dell’uomo sulle piante e sul loro sviluppo ma anche le piante spontanee della città possono avere un’influenza sull’uomo.
Pensiamo ad esempio al problema delle allergie da pollinosi sempre in aumento o ai problemi legati al mantenimento di manufatti e opere continuamente minacciati dalla colonizzazione dei vegetali. Oppure pensiamo allo studio dei bioindicatori vegetali (in particolare dei licheni) che, invece, consente di valutare il livello di inquinamento delle aree urbane, o al fatto che i vegetali hanno anche un effetto sulla termoregolazione degli ecosistemi urbani  e sull’abbattimento dei livelli di inquinamento che spesso in città raggiungono valori critici.

Cosa si intende per flora urbica?
È  l’insieme di specie vegetali che colonizzano naturalmente i diversi ambienti urbani, con l’esclusione, quindi, delle piante introdotte dall’uomo (alberi, arbusti e siepi nei viali e nei giardini, piante coltivate sui balconi …)
Anche se la flora urbica spesso passa inosservata, a volte presenta caratteristiche di elevato impatto visivo per il contesto improbabile in cui le piante riescono a svilupparsi.

Come fanno queste piante ad arrivare in città?
Le specie vegetali hanno meccanismi naturali di disseminazione che consentono l’allontanamento del seme (o del frutto che contiene il seme) e quindi la riproduzione a una certa distanza dalla pianta madre.
Uno dei mezzi più sfruttati è quello di affidare i propri semi al vento (disseminazione anemocora). I semi di piccole dimensioni, molto leggeri, possono, infatti, essere trasportati anche a grandissime distanze, soprattutto se sono dotati di appendici che rallentano la loro caduta. Per trasportare lontano i propri semi, altre specie preferiscono invece affidarsi agli animali, uomo compreso (disseminazione zoocora).
Avete presente quelle volte che dopo una gita in campagna o in montagna tra l’erba alta tornando a casa ci accorgiamo di avere nei lacci delle scarpe, nelle calze e nei pantaloni una gran quantità di quei semi strani che si appiccicano come velcro? La bardana maggiore (Arctium nemorosum) e l’acchiappavesti (Galium aparine) ne sono due tipici esempi.

Anche i colori, gli odori e il sapore dei frutti che proteggono il seme consentono alle piante di riprodursi a distanza (dispersione per ingestione). In questo caso, il seme, oltre ad essere letteralmente trasportato nell’apparato digerente degli animali, subisce anche un attacco chimico da parte dei succhi gastrici acidi che indebolisce i tegumenti durissimi che lo rivestono (pensate ai semi di ciliegie, albicocche, prugne e pesche) consentendo così la successiva germinazione una volta eliminati con le feci.

La dispersione dei semi per mezzo dell’acqua (disseminazione idrocora), invece, è effettuata da frutti o semi che sono in grado di galleggiare per un certo periodo. In questo caso spesso la parte esterna del frutto è impermeabile oppure  i frutti contengono  al loro interno dell’aria, come ad esempio quelli della noce di cocco (Cocos nucifera), che consente la “navigazione” in mare per lunghi periodi fino a quando trovano una spiaggia e possono finalmente germogliare.

Questi meccanismi riescono a spiegare alcuni “ingressi in città”, ma non come specie originarie di luoghi distanti decine, centinaia o migliaia di km si ritrovino poi su un cornicione o su un marciapiede.
La dispersione, in questo caso, è dovuta all’uomo che nei suoi spostamenti o in quelli delle sue merci, trasporta, involontariamente anche le piante permettendo ad esempio ad una specie esotica di giungere fino a noi.

Come fanno a sopravvivere negli habitat urbani?
Le specie vegetali possono sopravvivere nell’ambiente urbano se c’è, per esempio, corrispondenza tra l’habitat naturale e quello antropico, ossia tra le condizioni ecologiche che si riscontrano in natura e quelle che si creano tra gli edifici delle città.
Un esempio può essere quell dell’asplenio ruta di muro (Asplenium ruta muraria) che è una piccola felce di zone rupicole calcaree che, in ambiente urbano, si adatta bene dove ci sono muri ricchi di calce.

Quali sono i principali adattamenti di queste specie?
Le piante che si trovano in ambiente urbano devono assicurarsi che il seme riesca a giungere in un luogo adatto alla germinazione.
Per risolvere questo problema producono un’elevata quantità di semi in grado di sopravvivere a lungo nel terreno: se il numero dei semi è elevato qualcuno sopravvive sicuramente. Ad esempio, l’amaranto comune (Amaranthus retroflexus) può produrre fino a un milione di semi che rimangono vitali per circa vent’anni.
Tra le piante erbacee sono favorite quelle annuali e, tra queste, quelle che hanno un ciclo vegetativo (germinazione-disseminazione) breve perché così possono sfuggire con maggiore facilità al calpestamento, agli interventi di manutenzione, ad andamenti climatici sfavorevoli.
Uno dei principali pericoli per le piante in ambiente urbano è lo schiacciamento provocato dal passaggio di uomini e automezzi. In queste condizioni riescono a sopravvivere meglio le piante che hanno un portamento strisciante o appressato al suolo e queste sono quindi favorite soprattutto lungo i marciapiedi. Sono buoni esempi l’erba porcellana (Portulaca oleracea), la centinodia (Polygonum aviculare) e la piantaggine maggiore (Plantago major)
Oltre al portamento, anche le piccole dimensioni sono molto importanti per la sopravvivenza delle piante in città: più una pianta è grande, più risulta visibile e l’uomo interviene per eliminarla.
D’altra parte, però, anche piante erbacee di dimensioni ridotte possono diventare molto visibili in quanto formano spesso popolamenti costituiti da numerosi individui e quindi di una certa estensione.

FOTOsintesi.

Dopo aver “osservato” la città da un punto di vista differente, abbiamo poi discusso delle caratteristiche del Regno vegetale e del sistema di classificazione dei viventi.
Siamo quindi passati alla fase di “lavoro sul campo” decidendo di tentare un piccolo censimento delle specie spontanee presenti nei dintorni della scuola con cui realizzare una “chiave fotografica”, o FOTOsintesi appunto,  per il riconoscimento visivo delle specie censite, basata sulle caratteristiche del fiore.
Per poter affrontare una sfida così ambiziosa era però necessario imparare le caratteristiche morfologiche dei fiori e acquire anche il lessico scientifico specifico necessario nella la fase di riconoscimento e classificazione.

Per aiutare i ragazzi a fissare meglio i nomi delle varie parti del fiore e dei vari tipi di infiorescenze ho preparato una scheda (allegata in  fondo) da compilare con disegni e diagrammi delle parti del fiore,  dei tipi di corolla,  di ovario e di infiorescenze e una chiave dicotomica semplificata con cui i ragazzi si sono esercitati utilizzando campioni e foto di fiori. Questo materiale è stato poi utilizzato anche nella fase di identificazione e classificazione delle varie specie raccolte o fotografate.

Con l’aiuto di un esperto (fondamentale!!!), siamo poi “usciti sul campo” per censire le specie erbacee più diffuse nei dintorni della scuola e i ragazzi hanno realizzato un vero e proprio archivio fotografico. Grazie ad alcuni manuali specifici, i ragazzi hanno poi realizzato delle schede descrittive delle varie specie individuate, indicando nome scientifico, nome comune, famiglia di appartenenza, caratteristiche principali e curiosità che sono state stampate su etichette adesive poi incollate dietro le foto corrispondenti. Tutte queste foto, con relativa descrizione, sono state poi forate e unite insieme con un semplice cordino realizzando così un fantastico strumento “da campo” per il riconoscimento visivo delle specie raggruppate in base al colore del fiore.

Ma non ci siamo fermati qui. La riflessione sulle esperienze fatte ci ha portato naturalmente a parlare di biodiversità e abbiamo aggiunto un altro tassello al nostro studio sulla flora urbica che vi racconterò la prossima settimana.
Vorrei però aggiungere un’ultima considerazione (anticipando forse le vostre obiezioni). È chiaro che non sempre, o forse sarebbe meglio dire quasi mai, è possibile dedicare tanto tempo ad una sola attività: le ore sono poche e il programma  è immenso. Posso però dirvi che il tempo speso in questo modo non è mai perso. La sicurezza che i ragazzi acquisiscono con attività come queste nei confronti delle proprie capacità e la conseguente percezione che la conoscenza è davvero un mezzo per comprendere il mondo che ci circonda, la vita vera, è davvero importante. In questo caso, naturalmente, si è trattato di un progetto che ha previsto nella fase finale che i ragazzi diventassero “esperti per un  giorno” tenendo a loro volta una lezione a ragazzi di altre scuole, ma i materiali realizzati in questa occasione sono stati utilissimi anche l’anno successivo per una versione “ridotta” dell’attività con altre classi che ha rappresentato comunque una valida esperienza di apprendimento.

La prossima settimana vi racconterò cosa abbiamo fatto per affrontare anche il tema della biodiversità. Nel frattempo se avete realizzato attività simili, avete altre idee o volete semplicemente dire la vostra…scrivete!

Materiali

IL REGNO VEGETALE-MAPPA

le parti del fiore

Le parti del fiore-scheda da campo

Scheda per la classificazione

Per approfondire:

-    Daniele Fazio, Giungla d’asfalto-la flora spontanea delle nostre città, BLU Edizioni 2008
-    Guida pratica ai fiori spontanei in Italia, selezione del Reader’s Digest
-    D. Bentivogli, M.P.Boschi, SOS sostenibilità, Cappelli editore
-    Luigi Ghillani, Maria Grossi, Livia Ottaviani, Alla scoperta di piante e fiori, a cura dell’Associazione PRO NATURA PARMA, Collana Natura, 2004
-    Piante per la città- i metalli pesanti e le sentinelle verdi, pubblicazione a cura dell’Istituto di Genetica dell’Università di Parma.

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Un commento a “Non chiamarmi erbaccia”

  1. Dai blue jeans alle celle solari - Urto efficace - di Teresa Celestino - Chimica ha scritto:

    [...] impartisce un colore verde, il colore della natura per eccellenza, dalle grandi foreste alle “erbacce” di città che gli studenti della collega Scapellato hanno fotografato. A differenza delle ftalocianine si tratta di una molecola naturale: è infatti la clorofilla, [...]

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